lunedì 12 ottobre 2015

Un centro storico è meglio dell'Hilton



Ecco alcuni passaggi dell'articolo di Leonora Sartori, scritto su La Repubblica il 30 marzo 2013 e dedicato agli Alberghi Diffusi.
"Il futuro (anche immobiliare) dell’Italia? «Dimenticate il nuovo e guardatevi intorno per ripartire da quello che c’è già». Che la rinascita italiana debba puntare sull’esistente, non lo dicono solo i sindaci del cemento zero (…)
Il tesoro nascosto dell’Italia secondo alcuni starebbe proprio nella classica provincia italiana, spesso dimenticata, con la sua grande abbondanza di paesi, borghi e campanili. A dimostrare l’interesse per borghi e campagne, il crescente numero di strutture e turisti (soprattutto stranieri, americani e nord europei in primis) degli alberghi diffusi italiani. Poche regole, secondo il fondatore dell’associazione alberghi diffusi Giancarlo dell’Ara (albergodiffuso. com). Un borgo gestito come un albergo, con reception comune e servizi in camera. Si ristruttura, in modo filologico, originale, autentico. Le camere sono disposte in edifici separati e preesistenti, a non più di duecento metri l’uno dall’altro, in un centro storico vivo e abitato. Ottanta le strutture sparse per l’Italia, si va dai piccoli borghi misteriosi della Liguria a Sextantio o alle Grotte di Civita a Matera, progetto con servizi (e prezzi) di altissimo livello che attirano stranieri, vip e star da tutto il mondo, ideati dall’italo svedese Daniele Kihlgren. Innamorato del “patrimonio storico minore” italiano, Kihlgren ha restaurato con attenzione filologica il borgo di Santo Stefano di Sessanio (Aq), creando un fatturato in netta e continua crescita, che non si è interrotto nemmeno dopo il terremoto del 2009.
Il ritorno sentimental-imprenditoriale al borgo è una formula che attira anche giovani, come Eleonora Fioriti, trentenne in controtendenza che ha da poco lasciato un lavoro a tempo indeterminato in banca, per aprire nel suo paese, Gualdo Tadino (Pg), vicino a Gubbio e Assisi, l’albergo diffuso Borgo Sant’Angelo. «I corridoi? Saranno le strade del borgo. La reception? All’ingresso del vecchio convento del XIII secolo, insieme alla sala colazioni e alcune camere, mura spesse, pavimento originale, pochi mobilitipici che ho fatto ridisegnare da un artigiano locale», racconta Fioriti. L’albergo diffuso è una formula made in Italy (ma che stanno copiando nei piccoli paesidel Giappone) di hotel sostenibile e km zero, che non si costruisce, ma semplicemente c’è già e permette non solo di aprire nuove ipotesi di lavoro, di recuperare e valorizzare vecchi immobili in borghi incantati, ma anche di salvare dall’abbandono interi paesi e ridare vita a territori abbandonati senza costruire nulla di nuovo. Nato dopo il terremoto del 1976 in Friuli, l’albergo diffuso è ora previsto da 16 regioni italiane (tra cui Sardegna, Marche, Umbria, Emilia Romagna, Liguria e Puglia).
Al fondo del concetto dell’Albergo Diffuso stanno due evidenze : la prima è l’abbandono in cui versa buona parte del nostro patrimonio costruito. In un paese in cui la sbornia immobiliare ha cementificato la metà del terreno del paese non deve stupire che buona parte della ricchezza di borghi, edifici pubblici e piazze sia diventato un teatro di ombre morte. Dall’altro c’è la crisi in cui siamo e che ci spinge a pensare che occorra anzitutto ricominciare dalle risorse. E il patrimonio delle culture dell’abitare in Italia fa parte di queste risorse: provate a ricostruire oggi posti come Monteriggioni o Piazza Armerina e vedete quanto vi costerebbe e quanto sarebbe impossibile, visto che non siamo più capaci di costruire in quel modo.

Allora l’Albergo Diffuso serve a ricordare che un centro storico è molto meglio dell’Hilton e che il vero lusso è passeggiare per un borgo costruito dall’intelligenza collettiva e non dalla stupidità di un architetto.

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