mercoledì 30 ottobre 2013

Alberghi Diffusi in Abruzzo. Un modello di sviluppo sostenibile dei borghi


Di seguito uno stralcio dell'intervista a Giancarlo Dall'Ara pubblicata dal quotidiano La Città di Teramo, il 25 ottobre 2013, a cura di Alessandro Di Emidio.
1)           la legge sull'albergo diffuso varata dalla Regione Abruzzo è una buona legge? Offre concrete possibilità di sviluppo di questo modello turistico?
La norma approvata dalla Regione Abruzzo è la 18° legge regionale italiana sull’albergo diffuso, ed è una buona norma, e mi auguro che presto, con l’approvazione del Regolamento attuativo, che è in corso di discussione, possa permettere agli alberghi diffusi di svilupparsi in questa Regione, e di dare il loro contributo allo sviluppo “sostenibile” del turismo in Abruzzo. Segnalo solo che nella norma manca uno dei requisiti fondamentali per trasformare una rete di case in un albergo diffuso: la distanza molto contenuta tra gli immobili. Questo dato, al momento assente nella legge, dovrebbe essere introdotto nella proposta di regolamento attuativo. In altre parole va chiarito che le case che compongono l’albergo diffuso devono essere molto vicine tra loro, e ciò per diversi motivi, e in particolare per le evidenti diseconomie che distanze superiori ai 200 metri comporteranno per il soggetto gestore. Garantire i servizi alberghieri a persone che si trovano alloggiate molto distanti dal corpo centrale, infatti ha costi elevatissimi. Inoltre vanno considerate le difficoltà (e le proteste) nelle quali si troverebbero gli ospiti costretti a lunghe camminate, o a prendere l’auto, ogni volta che volessero raggiungere gli spazi comuni dell’albergo diffuso, o gli altri ospiti. Sono personalmente convinto che questa lacuna sarà colmata nel Regolamento.
2)           nell'attuale fase post-sisma, che importanza dà al turismo (e nello specifico al modello dell'albergo diffuso) quale volano di rinascita del territorio e dell'economia abruzzese? 
L’albergo diffuso è uno dei pochi modelli di sviluppo che ha dimostrato, nella realtà, e non solo nella teoria, di contribuire a rivitalizzare i borghi e a frenare lo spopolamento, stimolando l’economia locale senza creare impatti negativi nell’ambiente.
Gli 80 alberghi diffusi che al momento operano nel nostro paese hanno tutti avuto questo ruolo, hanno generato indotto, hanno valorizzato luoghi spesso sconosciuti, hanno proposto un modo diverso di fare turismo…, e grazie a questo riescono a lavorare non solo l’estate, ma tutto l’anno. Perché tutto questo accada va sottolineato un aspetto fondamentale del modello dell’albergo diffuso: la figura del gestore. Il gestore di un AD non può essere come il direttore tradizionale di un albergo, ma non può essere neppure una persona che improvvisa. Deve essere un appassionato del territorio e anzi un vero e proprio narratore di luoghi, ma deve avere anche competenze professionali irrinunciabili.
3)           quali sono i punti di forza e di debolezza di un simile progetto imprenditoriale?
Il punto odi forza dell’albergo diffuso è che propone agli ospiti un’esperienza autentica, lo stile di vita di un borgo. Il punto di debolezza è che essendo una struttura orizzontale, ha costi gestionali più elevati di una struttura ricettiva tradizionale (verticale). Per questo, per ridurre al minimo le diseconomie, e sviluppare i suoi punti di forza, il modello dell’albergo diffuso va rispettato in tutti i suoi requisiti.
4)           lei non ritiene il modello dell'albergo diffuso quello giusto per la rinascita dei borghi abbandonati, anche se non mancano iniziative e progetti in questo senso da parte di amministrazioni locali (il caso Valle Piola nel comune di Torricella Sicura), imprenditori (lo stesso Kihlgren per Martese di Rocca S. Maria) o associazioni di cittadini (Laturo di Valle Castellana); qual è la strada per cercare di recuperare e rivitalizzare i borghi montani abbandonati?
Non conosco i progetti che cita, che immagino siano tutti interessanti. L’importante è che siano attività imprenditoriali, che garantiscano una gestione unitaria degli immobili, che le case siano vicine tra di loro e che agli ospiti siano garantiti tutti i servizi alberghieri in un contesto vivo, piacevole e autentico.
Se il borgo è stato completamente abbandonato, e non vi sono più abitanti, non si può aprire un albergo diffuso vero e proprio, perché, ripeto, un albergo diffuso propone lo stile di vita di un luogo. Perché questo accada, occorre che vi sia una comunità di residenti viva, magari piccola, ma viva.
Ovviamente nei borghi disabitati si possono aprire altre forme di ospitalità diffusa, dal residence diffuso al villaggio albergo. Si tratta di forme di ospitalità più semplici da avviare, e che appartengono alla stessa famiglia dell’albergo diffuso. Oppure si possono aprire case albergo, insomma le alternative non mancano.
Se poi i borghi, grazie a queste forme di ospitalità diffusa, torneranno a vivere, si potrà allora dare vita a veri e propri alberghi diffusi.
In sintesi la mia idea per il recupero dei borghi abbandonati è un modello in due fasi: la prima è una fase leggera, nella quale si mette in rete l’esistente (ospitalità diffusa), per poi, in futuro, valutare se vi siano le condizioni per fare di quella rete un vero albergo. Credo che questo modo di operare sia più corretto e realistico, abbia una fattibilità economica, e soprattutto sia “trasparente” nei confronti di chi sceglierà di andare in vacanza in quei luoghi.


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