venerdì 1 marzo 2013

Discorso sull'Albergo Diffuso e sul marketing



"Che cosa lo ha affascinato e lo affascina tuttora del Marketing del Turismo?
Ho cominciato ad occuparmi di marketing nel turismo nei primi anni ’80 attirato dalla novità, dal fascino del nuovo e dalla speranza che il marketing potesse migliorare il mio approccio al turismo, renderlo più sistemico e magari anche “scientifico”. Speranze e motivazioni che mi hanno continuamente stimolato a rimettere in discussione le conoscenze che avevo.
Ha spesso parlato di crisi del Marketing Tradizionale e della necessaria svolta verso un “Neo-Marketing”, “Non Convenzionale” …. Cosa ha inteso?
Il fatto è che il marketing tradizionale è un approccio nato in un periodo storico preciso, che va dagli anni ’20 agli anni ’60 del secolo scorso, in un contesto culturale altrettanto preciso (gli USA), e per affrontare problemi molto diversi da quelli del turismo. Un approccio interessante, utile, ma anche molto discutibile, soprattutto perché “fideistico” e meccanicistico. Ad ogni stimolo, si ipotizza, corrisponderà una reazione da parte del target-group. Una visione del mercato e soprattutto delle persone (intese come bersaglio dell’attività di marketing) che non condivido, e che nella prima metà degli anni ’90 è andata definitivamente in crisi, dando vita ad altre scuole di pensiero definite oggi “non convenzionali”.
Di cosa si compone nello specifico “la linfa” che rinvigorisce il “Neo-Marketing”?
Andrebbe prima chiarito che di nuovi marketing ce ne sono molti. La mia è una visione italiana del marketing, basata sulle relazioni, sullo sviluppo delle relazioni come modalità migliore per stare nel mercato e per ottenere risultati. Fa leva sul concetto di persona (non di consumatore), sul dono, come modo di stabilire legami sia offline che online, sull’accoglienza per sviluppare turisticamente territori, destinazioni e strutture turistiche.
Lei, padre del Marketing Turistico, ha messo a punto un modello di ospitalità originale, qual è l’Albergo Diffuso … che sensazioni le fa vivere questa ulteriore paternità? Quali grandi soddisfazioni le ha dato la sua creazione?
Per molti anni il tema è rimasto confinato tra pochi addetti ai lavori. Ho faticato molto a far capire che l’Albergo Diffuso era un modello di ospitalità originale e non solo un nome. Mi ha aiutato molto la Regione Sardegna che ha riconosciuto per prima a livello mondiale questo modello, e poi in anni più recenti mi ha aiutato molto l’idea di dare vita all’Associazione nazionale degli Alberghi diffusi che oggi riconosce 70 AD, e infine l’articolo apparso sul New York Times, che ha dato a me e all’AD una notorietà che francamente non avrei mai potuto immaginare.
Quali problematiche invece?
Tantissime. In primo luogo le norme regionali sbagliate che confondono l’AD con una semplice rete di case sparse (come quella del Friuli Venezia Giulia), e i tantissimi abusi di persone che vedendo che il nome “albergo diffuso” funziona, ne approfittano e lo incollano ovunque. Per inciso in Puglia gli abusi – cioè gli AD non riconosciuti- sono tanti.
Se potesse descrivere “un’esperienza-tipo” di un “residente temporaneo”, (perché i fruitori di un Albergo Diffuso non sono turisti),  in un’ambientazione di Albergo Diffuso?
Uno straniero che sogna l’Italia non sogna di comprare un pacchetto turistico, una vacanza standard pre-confezionata e fatta di stereotipi, ma sogna di vivere lo stile di vita dei luoghi, passeggiare in centro la sera, sedere in una piazzetta del borgo e ordinare un caffè, parlare con il barista e i residenti, mangiare bene, vedere cose vere, e rientrare nella casa che è la camera dell’albergo diffuso, contando sull’assistenza e i servizi alberghieri. Ecco questa è la proposta di un Albergo Diffuso. In uno slogan “Going Local”.

tratto da http://www.lavocedimanduria.it/wp/discorrendo-con-dallara-di-albergo-diffuso.html

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